Bonus track #2. Musica e letteratura

scritto il 2 October 2008 da Giorgio Fontana

Novalis nasce sotto il segno del rock. Più precisamente: sotto il segno di una certa musica oscura, difficilmente classificabile, in bilico fra pulsioni post-metal ed equilibrio elettronico. Se volessi usare una parola abusata, e che non rende giustizia a quanto ho cercato di esprimere, userei la parola dark. Ma sarebbe una semplificazione da quattro soldi. Il dark è una corrente culturale precisa, figlia del post-punk e poi evolutasi lungo canali goth, che con il tempo si è arricchita di aspetti al limite del kitsch e del ridicolo. La realtà di Novalis è molto più sfumata. (E del resto, nel Prologo in terra, anche Aldo lo dice espressamente: per lui la parola “dark” non ha senso).

La realtà è più sfumata, dunque, e non nego di essermi lasciato ispirare da un giro di persone che frequentavo anni fa. Erano, come me, figli di un’adolescenza passata ad ascoltare i Metallica o i Guns, e a imparare le basi della chitarra hard rock. Ma diversamente da me avevano continuato a suonare, dando una direzione abbastanza precisa alle loro passioni. Si erano evoluti. Erano passati attraverso alcune correnti per approdare a quella che all’epoca pareva loro definitiva — e che non ha un nome preciso. Post-industrial? Techno-core? Musica-tipo-i-Tool-però-con-un-sacco-di-elettronica-e-curiose-influenze-dance-ma-senza-perdere-l’afflato-oscuro? Boh.

Il loro universo mi attraeva da un punto di vista quasi scientifico, senza coinvolgimento personale. Sono sempre stato troppo minimalista per aderire a un look o a un tunnel di sottogenere così preciso e identificativo. Era soprattutto la paccottiglia a tenermi lontano. Il trucco, i pantaloni con le catene, le magliette a rete. In un certo senso ci vedevo una riedizione di quello che fu il glam, e se c’era una cosa in terra che detestavo — be’, Gesù, era proprio il glam. (Naturalmente questo è un giudizio personale: la paccottiglia è parte integrante di quella cultura esattamente come lo è la sua musica, o certe forme di iper-dipendenza dalla rete).

Eppure.

Eppure ero convinto che dietro tutto questo ci fosse un piccolo cuore pulsante. Un cuore che trascendeva la superficie, e che determinava davvero un modo di percepire la realtà. Ed era questo che volevo trasportare in Novalis, ripetendo la stessa operazione sulla prosa. Eliminare il trucco e lasciare soltanto quel senso di smarrimento, di alienazione, di diversità. Prendere la loro frequenza distorta e riportarla alla base.

Non crediate, peraltro, che queste persone fossero così stereotipate. Molti avevano trascorsi un po’ pesanti nella droga e negli eccessi, ma al momento gran parte di essi erano persone molto posate, con passioni innocue. Ad esempio il mio amico Carlo (bassista degli Xternals, un gruppo che racchiude bene quella visione del mondo) era diventato un vegetariano radicale e del tutto astemio. Erano immaturi e maturi allo stesso tempo, coerenti eppure assurdi, e questo mi affascinava.

E allora? Quale musica suoniamo?, per ripetere la domanda che anche il narratore si pone.

Identica risposta: Non lo so. Potrei dirvi che al Toraewood, nel momento in cui Alex ha un attimo di solitudine tranciante, gli altri ballano un pezzo Harsh EBM, tipo Psyclon Nine o Suicide Commando. Un altro genere (o sottogenere? mah) dove il legame fra techno, metal, electropunk e qualunque altra cosa si fa palpabile. Potrei dirvi che l’unico gruppo veramente essenziale per capire le atmosfere del libro sono i Celldweller. Potrei dirvi tante cose, ma rischierei di far passare Novalis per quello che non è. Così, mi limito a postare una colonna sonora ideale. Faceva parte della prima stesura, l’ho espunta insieme ad altre cose. (Nella prima stesura, i riferimenti precisi alle varie correnti musicali erano parecchi. Nella versione definitiva non ce n’è neanche uno: non c’è nemmeno una descrizione precisa del tipo di musica ascoltata. Ho preferito mantenere un tono allusivo). E dunque:

A Perfect Circle, The Hollow

Atreyu, Lip Gloss and Black, Nevada’s Grace

Celdweller, Frozen, I believe you, Symbiont, Under my Feet

Circle Takes The Square, A Crater to Cough in, Non Objective Portrait of Karm, Interview at the Ruins

Converge, In Her Shadow

Dark Tranquillity, Punish my Heaven

Dead Poetic, Taste the Red Hands

Deftones, Digital Bath, Knife Party, Passenger

Giardini di Mirò, Penguin Serenade

Hocico, Poltergeist

In Flames, Cloud Connected

Isis, Carry, Wills Dissolve, From Sinking

Kari Rueslåtten, Ride

Katatonia, Criminals, A Premonition

Killswitch Engage, Life to Lifeless, The Element of One

Kraftwerk, The Robots

Poison The Well, Slice Paper Wrists

Sikth, Peep Show

System Of A Down, Sugar

Team Sleep, Ligeia

Tool, Schism

Under Byen, Om Vinteren

(E se posso aggiungere tre pezzi a posteriori: In My Garden degli Swans, Climbing up the Walls dei Radiohead, e Nei garage a Milano nord delle Luci della Centrale Elettrica).

Booktrailer

scritto il 1 October 2008 da Giorgio Fontana

Ed ecco il booktrailer ufficiale di Novalis, vincitore del contest di Catania. Lo trovate qui.

Fra poco posterò la prossima bonus track, dedicata alla musica.

Giorno uno

scritto il 24 September 2008 da Giorgio Fontana

Bene, da oggi Novalis è ufficialmente in tutte le librerie. Io ho la mia copia staffetta in mano già da qualche giorno, e devo dire che sono molto soddisfatto del lavoro editoriale.

Ne approfitto per segnalare che questo weekend sarò a Catania per il Trailers FilmFest, come giurato per designare il booktrailer ufficiale tratto da Novalis (oltre che per godermi un po’ di mare e di Nero d’Avola).

Non mi resta che augurarvi buona lettura. A prestissimo per aggiornamenti e la prossima bonus track.

Bonus track #1. Certificato di nascita

scritto il 1 September 2008 da Giorgio Fontana

Come racconto nella nota conclusiva al libro, la prima stesura di Novalis è stata scritta fra il gennaio e il maggio del 2006, in Irlanda. A dire il vero l’idea di fondo mi era venuta in precedenza, credo nell’autunno del 2005 o forse anche prima: ma era gravitata intorno ai miei interessi come un satellite di media importanza. Mi sembrava troppo surreale e comunque ancora troppo imprecisa. Soprattutto, non sapevo come farla quadrare dal punto di vista narrativo.

Quando arrivai in Irlanda, invece, qualcosa si sbloccò. Cominciai a scrivere regolarmente ogni notte, tranne nei weekend. Vivevo a Rathmines, un quartiere residenziale a sud del Liffey. Una minuscola stanzetta dove non avevo letteralmente nemmeno spazio per muovermi. I miei coinquilini erano tre amici irlandesi, fra i quali spiccava un idraulico ubriacone (che una notte ritrovai disteso per il lungo nel corridoio). Non ebbi mai, per quel posto, un senso di appartenenza o di intimità: non era una casa, non era un luogo mio, fin dal primo istante si rivelò essere uno spazio di transito. In fondo era tutto abbastanza triste, ma dal punto di vista creativo si rivelò oro. Avevo quasi venticinque anni e parecchia rabbia repressa da sfogare: Novalis e la Guinness si battagliarono il primo posto come soluzione ideale. Per non sbagliare, esagerai da entrambe le parti.

Curiosamente, durante la prima fase della stesura i miei dubbi subirono un’inversione di marcia. All’inizio avevo pensato che i problemi fossero di ordine unicamente narrativo. Al contrario, una volta scritte le prime venti pagine, avevo più o meno in testa tutto lo svolgimento del romanzo, finale compreso. Ora la vera preoccupazione era diventata la lingua. Se ricordo bene, riscrissi quelle venti pagine una decina di volte. Nel frattempo continuavo a macinare trama, e da una situazione ne balzava fuori un’altra — inventai Clebo, misi a punto l’idea dei fogli nel cassetto, eliminai le eventuali contraddizioni dell’intreccio. Ma ancora ero incerto sullo stile.

All’inizio avevo usato un linguaggio molto netto, con numerosi a capo. Ero appena uscito da una lunga iniezione di Chuck Palahniuk e credo che la sua influenza sia palpabile anche a risultato compiuto, dopo le varie riscritture. Comunque, durante la prima fase tale influenza era veramente eccessiva. Il tipo di materiale si adattava bene a uno stile martellante, ma c’era qualcosa di non mio in tutto questo: c’era la necessità, sottopelle, di una forma più lirica, di momenti di distensione e malinconia bruciante. Perché Novalis non doveva essere soltanto la storia di un delirio, ma anche la storia di un abisso, di una solitudine, di una disperazione, di una ipotetica salvezza. Se non ero in grado di trovare le parole giuste per esprimere queste sfumature, che senso aveva scrivere un romanzo?

Ricominciai da capo. Mi inceppai, se ricordo bene, soltanto a metà della seconda parte. Poi il resto fluì libero, senza troppe difficoltà. Durante il giorno lavoravo in un negozio di spedizioni postali. Nel tempo libero leggevo e studiavo (ancora credevo nella chance di un dottorato: e quindi giù con articoli sulla conoscenza a priori e simili amenità). La sera camminavo. Sotto la pioggia. Uscivo con altri stranieri come me. Andavo a parecchie feste, sguaiate e minimali, che terminavano regolarmente con un mio ritorno a casa barcollante. Ma la maggior parte del tempo ero in quel letto minuscolo, con il vecchio portatile sulle ginocchia, a scrivere. Non avevo nemmeno un tavolino dove sistemarmi. Non c’era spazio. I fogli degli appunti li tenevo per terra sulla moquette. (A parlarne ora, il quadro fa piuttosto bohémien, ma credetemi: di bohème a Rathmines ce n’era ben poca).

Così scrivevo. Di notte. E scrivevo ascoltando musica, tranne nei passaggi più delicati. Mi era successo rarissime volte in precedenza: Novalis nacque come un figlio meticcio, uno strano prodotto nero che non credo sarò più in grado di replicare. Avevo immaginato un musicista fallito, il prodotto astratto di un’intera giovinezza: dovevo fornirlo di armi precise, dovevo renderlo a tutto tondo prima ancora che con i gesti con la sua musica, perché era di questo che i personaggi erano fatti: di note, di silenzi, di accordi e disarmonie. E così ascoltavo i Katatonia, i Circle Takes the Square e i Celldweller, ma anche i Portishead e i Kraftwerk e tanta altra roba. Ero determinato a trasmettere su carta le medesime pulsazioni che quella musica lanciava: il modo violento e notturno di interpretare la realtà che mi aveva insegnato. Ma ci torneremo sopra a lungo, in un’altra bonus track…

(Intanto una nota: gran parte delle copertine dei gruppi che ascoltavo erano state disegnate da Travis Smith. E io lo sapevo. E sapevo che sarebbe stato fantastico avere una sua copertina anche per Novalis, in modo da chiudere il cerchio ispirazionale di canto e controcanto — di musica, parola e immagine. Così è stato. E credo che la convergenza sia palpabile.)

Così, verso maggio 2006, io avevo compiuto da poco venticinque anni e il romanzo era praticamente finito. Passai giugno e luglio in Québec, dal mio amico Simon Rodrigue, a fare un lavoretto da clandestino e mangiare ciotole di cereali all’acero e gigantesche T-bone per rimettermi in sesto. Passai parecchio tempo in giro per Montréal, mi divertii moltissimo e non scrissi una sola riga.

Quando tornai in Italia, furono sufficienti due o tre settimane per archiviare la stesura. A quel punto non la toccai più fino al gennaio 2008, cioè quando firmai il contratto con Marsilio e cominciai a rivederla, perfezionarla, asciugarla, renderla più lirica, renderla più distesa e — mi auguro — più bella. In altri termini, Novalis rimase un anno e mezzo da solo nel mio hard disk. Non osavo riaprirlo. E finché non ci fosse stato un motivo preciso, ero ben contento di non dovermi confrontare con lui. Ma poi il motivo è arrivato, e credo sia decisamente un ottimo motivo.

Si comincia.

Ready – steady

scritto il 19 August 2008 da Giorgio Fontana

Bene, si ricomincia. Novalis esce il 24 settembre. Il blog parte ufficialmente fra una decina di giorni. Sto ultimando le bonus tracks di cui vi parlavo sotto. Ancora un po’ di pazienza e ci siamo.

La copertina

scritto il 9 July 2008 da Giorgio Fontana

Cominciamo con la copertina, perché anche la copertina ha una storia.

Fin dalla prima stesura di Novalis (primavera 2006) pensavo che la sola art possibile per questo libro fosse quella di Travis Smith, e per più di una ragione. Innanzitutto, Travis è stato il copertinista di gruppi come Anathema, Katatonia e Opeth, che ascoltavo regolarmente durante la stesura del romanzo (di questo parlerò meglio in seguito). Nell’ambiente è una sorta di guru, e soprattutto è noto per le sue atmosfere decadenti e dark – ma a tratti anche cyberpunk. In particolare, io ero stato colpito le immagini del booklet di Viva Emptiness, che trovate qui fra le altre. Quei paesaggi sub-metropolitani devastati e vuoti, con personaggi incongrui come bimbi e angeli caduti che appaiono all’improvviso, o anche solo sfondi di palazzi dalle finestre rotte, gru, città in eterna costruzione, notturni di periferia… Era esattamente quanto avevo cercato di dipingere nel mio romanzo. Le stesse ambientazioni, la stessa poetica.

Quindi, quando Jacopo de Michelis di Marsilio mi chiese se avessi idee per la copertina, non esitai un secondo. Contattai Travis e gli chiesi se fosse disponibile. Mi rispose in tempo reale – ah, l’etica lavorativa degli americani… – e disse che sì, probabilmente ce l’avrebbe fatta. Domandò se avevo qualche suggerimento tematico. Jacopo propose uno specchio di bagno con la scritta Novalis disegnata sulla condensa, o un interno simile. Quanto a me, l’idea era quella di una città frantumata, periferica, con possibilmente una figura d’uomo o qualcosa di simile. Non una cosa troppo goth. Nel giro di un mese arrivarono le prime draft. Travis aveva centrato in pieno il bersaglio. Scegliemmo la definitiva in pochi giorni (le altre si distanziano di poco dall’originale, a parte una versione dell’idea di Jacopo veramente estrema, con degli urinatoi in bella vista).

Così, il risultato è quello che vedete sopra. Inutile dirvi quanto sia soddisfatto.

Istruzioni per l’uso

scritto il 5 July 2008 da Giorgio Fontana

Questo è il blog ufficiale di Novalis. Il romanzo uscirà a settembre nella collana Marsilio X. Qui troverete tutti gli aggiornamenti su presentazioni, eventi, recensioni, e curiosità varie – più una serie di “bonus tracks”: quando e come è stato scritto il romanzo, quali sono le sue fonti d’ispirazione, e un po’ di approfondimenti sui temi principali. Non credo ci troverete altro. Se vi interessa sapere qualcosa di più sul sottoscritto, fatevi un giro qui.