Bonus track #5. Spettacolo, nomi depotenziati e arte estrema

Di primo acchito, si può pensare a Novalis come a un romanzo sul plagio mentale, e al Gruppo come a una setta. Ma il Gruppo Novalis non è una setta religiosa, e i suoi partecipanti sono legati da un’adesione di tipo artistico, che però però ha una anche dimensione fortemente salvifica. Come è già stato detto nella bonus track precedente, il suicidio qui non è visto come offerta a una qualsiasi divinità, ma come atto estetico che risolve una questione morale.

Ora, non è da sottovalutare il fatto che lo spettacolo avvenga sul palco. Il palco è uno dei temi principali del libro: sul palco ottieni potere, tracci una linea, sei in grado di dominare molto più che virtualmente un intero gruppo di persone. Se vi è capitato di assistere a un concerto cui tenevate molto, capite bene cosa voglia dire. Per questa sensazione c’è un nome preciso ed è estasi: uno stato di sospensione della mente: l’orgasmica volontà di essere lì ed esserci interamente: il senso perfetto di liberazione da quotidianità e normale condotta. Si tratta certo di un’estasi molto materiale, dove il corpo non viene mortificato ma al contrario vissuto al massimo: ma sono convinto che la parola sia quella giusta.

Maschera Nera sfrutta la dimensione del palco da un lato astraendola al minimo il “palco” dello spettacolo è quanto di più semplice ci sia, una mera linea di separazione e dall’altro portandola a un livello di potenza estremo: il gioco, non si sa bene come, funziona e convince perfettamente. (Fra l’altro, una nota a margine. Maschera Nera è un “cattivo” del tutto irrealistico. Fin dal nome che gli dà Alex, viene come depotenziato: Maschera Nera è un epiteto da fumettaccio, da pulp becero. Non viene fatto alcuno sforzo per capire cosa ci sia sotto quella maschera o chi sia davvero quell’uomo e le uniche indicazioni al riguardo ci vengono dai suoi Fogli in un cassetto. Questa banalizzazione è voluta. L’idea era quella proprio di creare una figura vuota e di mantenerne intatto, per quanto possibile e nonostante alcune necessarie spiegazioni finali, il mistero).

Il tema del palco e il tema del suicidio artistico dovevano quindi portarmi a qualche lettura in più. Ciò nonostante, nelle mie ricerche sulle forme di arte estrema, ho dovuto impormi dei paletti. Non avevo tempo e risorse per un’analisi esaustiva, né peraltro questa era necessaria. Qui mi limiterò a un’unica citazione.

Nel suo bel libro Crolli (Einaudi 2005), parlando dell’11 settembre, Marco Belpoliti riporta due posizioni molto interessanti. La prima è di Stockhausen: “A suo dire, l’attentato al WTC è un’opera d’arte cosmica.” La seconda di Hirst, che “si congratula pubblicamente con gli autori dell’attentato per aver realizzato un’opera visiva che nessuno avrebbe mai potuto concepire dal punto di vista artistico.” (pp. 26 e 27; di Stockhausen parla Senaldi in Scrivere sul fronte occidentale; quanto a Hirst, cfr. Flash art di ottobre-novembre 2004).

Ora, questa è più o meno la posizione di Maschera Nera (o meglio, lui la condividerebbe): ma il suo operare è più sottile. In particolare, Maschera ripudierebbe questa spettacolarizzazione estrema dell’arte. Lui crede in un’arte per adepti, che si avvicini alle persone lentamente, a macchia d’olio, un processo lentissimo ma interminabile, senza queste bombe a impatto colossale (eppure infilandosi piano nella cronaca). Non vuole un’arte politica, che sia provocante e dal contenuto sociale — l’esatto opposto. La sua domina completamente l’etica, o meglio: la compenetra.