Bonus track #4. Suicidio
Innanzitutto un chiarimento. Novalis non è un romanzo che parla del suicidio in senso stretto. Il suicidio individuale nasce in genere da una forma depressiva: e in questo romanzo la depressione non è mai sfiorata. L’autodistruzione del Gruppo Novalis è indotta e di carattere puramente artistico: non per niente, infatti, è ridotta a un gioco. Altra cosa, naturalmente, è lo spirito autodistruttivo che attraversa tutto il libro: c’è senz’altro una pulsione continua verso la lesione, il baratro, l’abisso. Ma questa, appunto, è soltanto un’atmosfera generale. Il senso del suicidio nel romanzo giace altrove.
Andiamo con ordine. Durante la revisione di Novalis ho studiato o ristudiato un po’ di materiale su questo tema — Schopenhauer, Durkheim, Camus, Cioran, alcuni scritti di Artaud. Tutto questo, per la verità , è servito solo a una cosa: a placare la mia ansia da ricerca. In Novalis il suicidio è trattato in chiave quasi grottesca, indotto e svuotato di ogni significato autenticamente personale. O meglio — inteso come forma d’arte estrema prima che come gesto liberatorio. (In effetti, il principio del Gruppo è quello che il pubblico osserva il suicidio altrui: i suicidi in sé sono semplicemente artisti di livello superiore, performer estremi).
Il solo pensatore nel quale ho ritrovato qualcosa che mi servisse davvero come guida per qualche riga del libro, è Antonin Artaud. Il suo suicidio è un’affermazione di sé, un modo per riconquistarsi e ricostruirsi, per ricongiungersi con la debolezza umana e il desiderio di nulla: “per precedere l’incerta avanzata di Dio”, scrive nel saggetto Sul suicidio (p. 11). Bello, vero? Bello ed eticamente ripugnante. Artaud ci comunica un’idea che forse Maschera Nera approverebbe: la vita, in sé, non è una soluzione. Il problema è posto qui, ma i strumenti per scioglierlo sono altrove. Devono esserlo. La religione li identifica in genere in un regno ultraterreno. Maschera Nera li identifica nella sua arte estrema, e dunque nella morte: la sua arte porta alla fine di ogni cosa, la spettacolarizza, e dunque esce fuori dal cerchio della vita. Risolve il problema. Nelle battute finali del libro cita la celebre frase di Dostoevskij (che nell’Idiota Ippolit attribuisce al principe MyÅ¡kin), per cui la bellezza salverà il mondo. Il succo del suo teatro sta in questa argomentazione deviata. Maschera Nera è convinto che il suo progetto sia una forma di salvezza, di liberazione — ma non in senso esistenziale, bensì innanzitutto estetico. Il suicidio è affidato al caso (la roulette russa) e dunque ha qualcosa del gioco: è pubblico (anche se per un pubblico privilegiato), ed è una forma di teatro: e infine ha una valenza liberatoria, sia per chi accetta di sottoporsi alla pratica, sia per il pubblico stesso. Una follia discretamente congegnata.
Astraendolo da ogni situazione concreta (nella quale è soltanto e brutalmente il vertice della disperazione), il suicidio è una forza dirompente. È una negazione recisa e volontaria della natura, del tutto. A questo punto, Maschera Nera può aver ragionato così: perché non imparare a usare questa forza, a dirigerla? Se il suicidio ha un valore tanto chiaro e sconvolgente, perché non renderlo una forma d’arte? L’espressione è sempre assetata di mezzi nitidi, in grado di colpire nel modo più diretto possibile. E il pensiero si è sempre fatta un’idea unilaterale del suicidio. Gli stoici: una via d’uscita. I cristiani: un peccato radicale. Philipp Mainländer, citato da Borges: una tensione metafisica. Maschera Nera deve aver ragionato così, basandosi su questa forza dirompente. (O almeno credo. Francamente, non ho voglia di andare fino in fondo nella sua zucca immaginaria).
Per tutto questo amo dire — magari esagerando — che Novalis è un romanzo su una forma di male e una forma di salvezza. Perché a volte, nelle infinite perversioni umane, queste due cose non sono poi così lontane.
Non dovrei, ma farò anche un ultimo appunto sociologico. In un recente libro di Baudelot ed Establet, Suicide. L’envers de notre monde, Seuil 2006, viene chiarito che il tasso suicidario è, negli ultimi due secoli, molto più alto fra i giovani con forme d’occupazione precaria, competitività e assenza di prospettive. Questo sembra davvero banale: e lo è. Ma se in Valtellina, zona spesso definita come “di grande benessere”, i giovani si ammazzano, qualcosa vorrà pur dire. Da dove vengo io, un paese di 11000 abitanti, non è esistito un pub fino al mio diciottesimo anno. Cosa facevo? Cosa facevano i ragazzi? Be’: si ammucchiavano in bande, si drogavano, bevevano, si sfogavano con la violenza e di conseguenza la subivano. Mentre all’apparenza il paese rimaneva quello di un tempo, e funzionava. E la generazione precedente chiudeva gli occhi.
Questo soltanto per dire che la forma di benessere stabilita dalla corrente post-guerra, dal sistema industriale — presenza di lavoro e capitale, ricchezza economica, viabilità , forza delle infrastrutture — è per molti versi del tutto irrealistica. Mi rendo conto che rispondeva a un bisogno molto forte in quel dato momento storico, ma l’illusione che sia la risposta definitiva a ogni forma di dolore è semplicemente folle. Il dolore, esattamente come l’amore, è un compagno inseparabile della vita umana. Sarà sempre in grado di scavarsi nuove nicchie, nuove forme di apparire. Non è con la sazietà che verrà placato. Forse, soltanto con una maggiore consapevolezza. Ma questa è un’altra storia.







November 4th, 2008 at 1:13 am
Mah.
Devo dire che questa estetica del suicidio (o della morte) io in Novalis l’ho vista poco – come di striscio. Maschera Nera (il “mio” Maschera Nera, la sua ombra nella mia lettura) va ben oltre al fatto abbastanza banale di eleggere la morte ad arte o a spettacolo. Voglio dire che se si limitasse a quello (se il suo messaggio fosse semplicemente: “guardate quanta bellezza nella morte priva di senso”) ci troveremmo di fronte a cose già viste e fin troppo digerite. (Solo alcuni esempi senza dilungarmi troppo: “Nelle tempeste d’acciaio” di Ernst Junger, e stiamo parlando del 1920; Haneke e il circolo di amici suoi che negli anni 70 inscenavano stragi aggiungono un tassello, fino ad arrivare a “Funny games” e simili; ma ricordo anche artisti che si ferivano di fronte ad una macchina da presa; e poi ci sono i video di you tube di adolescenti che organizzano stragi nei licei, e a ben sondare la rete qualcosa di simile al Gruppo Novalis sono certo che si potrebbe trovare…) Il “mio” Maschera Nera, dicevo, va ben oltre: è un profeta, mette in atto un rituale catartico, promette una (impossibile, nella realtà ) redenzione. Insomma è molto più simile ad un sacerdote che ad un artista. E anche Artaud, secondo me (esattamente come tutti gli altri “fanatici” – sia detto senza connotazioni negative – dell’arte), aveva in sé più del religioso che dell’esteta. (D’Annunzio, invece, era un vero esteta: infatti è sterile e puerile, mentre Artaud non lo è; e non è un caso, mi pare, che nella bella citazione che tu riporti si citi Dio, e non l’Arte con la A maiuscola – D’Annunzio, per dire, non l’avrebbe fatto.) Insomma, che Novalis non parli di suicidio o di depressione mi sembra chiaro, ma a me personalmente non parla nemmeno di arte. Che cosa mi racconta allora? Il peccato e la salvezza, la colpa e la purificazione dai mali. (Per questo la citazione da Borges mi sembra la più azzeccata di tutte.)
Poi l’hai scritto tu, mica io, però d’impeto questo è ciò che mi viene da osservare…
November 4th, 2008 at 12:34 pm
ciao gianluca, posso dire solo una cosa: questo tuo commento conferma ulteriormente quanto un lettore (se è un ottimo lettore) possa arrivare più in profondità dell’autore stesso. e in effetti, di fondo, io credo che novalis sia un romanzo su male e salvezza. ma non avrei mai saputo dirlo così bene.
grazie.
g.