Bonus track #3. Sottosuolo e sottomondo. O anche: i luoghi mentali e fisici del romanzo

Decostruire la cultura occidentale: trovarne l’altro lato: spiare il buio mentre tutto intorno è luce. Con Hugo e Balzac, la contemporaneità scopre il ventre cittadino. L’uomo si inabissa nella città per riemergere con nuove armi poetiche. E con Dostoevskij, l’abisso diventa mentale nel senso più pregnante del termine. Quello che rende grandiose le Memorie dal sottosuolo non è ciò che viene raccontato dal narratore, ma il metodo della sua analisi. La riflessione qui è puro tormento, quasi fisico: la razionalità vive sul bilico dell’anarchia interiore. E il principio dell’autodistruzione trova una forma artistica perfetta.

Quanto ho cercato di stipare in Novalis è insieme una forma di sottosuolo fisico e di sottosuolo psichico. Il primo è evidenziato dalla scelta dei paesaggi. Praticamente tutto il romanzo si svolge in periferie iper-industrializzate e paralizzanti. Non è un caso, fra l’altro, che non vi sia mai un riferimento concreto al dove geografico. Non un nome. Alcuni elementi fanno supporre che il libro spazi lungo il nord Italia, e sia per lo più ambientato a Milano. Ma la città potrebbe essere anche Roma. E perché non Berlino? O Chicago?

La verità è che la storia di Novalis cresce sopra una forma astratta di periferia. Pur riconoscendo che non tutte le periferie sono uguali (alla faccia della banalizzazione da non-lieu), ho cercato di strapparne alcuni topoi e ricostruirli a piacimento.

Per evitare di cadere nel vuoto, però, l’astrazione è stata creata a partire da elementi molto concreti, da una lunga serie di appunti preliminari e post-stesura viaggi su e giù per la tangenziale, giornate passate a cuocere nei parcheggi, tutta la trafila del caso. (Non ho dovuto sforzarmi molto: questi sono luoghi che mi affascinano da una vita, e il posto dove sono cresciuto ne offre di molto carini. Ho fatto ricognizioni in auto, in momenti diversi dell’anno, per assicurarmi un parco impressioni abbastanza vasto e comunque il più preciso possibile. Frugavo fra gli ammassi di macerie, fra le stazioni in disuso, le fabbriche deserte. Facevo fotografie. Notte e giorno. Sotto il sole a picco e le gradazioni di grigio e giallo e il metallo che scottava e riluceva. Nelle sere nuvolose e vuote, dopo che le auto erano sciamate via, ma le ciminiere fumavano ancora. Ripetevo a memoria per l’ennesima volta una grammatica che conosco da sempre, per poi smembrarla e rimetterla insieme sulla carta. Spero sia riuscito a trasmettere, sotto tutto lo squallore, una specie di storta bellezza, di lirica oltreurbana).

Quanto al sottosuolo psichico, o sociale, sembra evidente che non c’è un solo personaggio dominante del romanzo che si possa definire “normale”. Ma cos’è la normalità? Esatto. In realtà, le condizioni-base di alcuni personaggi sono più “normali” di quanto ci si possa aspettare da un’idea preconcetta. È l’intervento del Gruppo a mandare in frantumi il loro equilibrio già di per sé piuttosto fragile. Una persona che invece sembra resistere a questo influsso, forse proprio perché ha costruito l’equilibrio più fragile e anomalo di tutti, è Clebo, l’eremita antisociale per eccellenza.

In Clebo si fondono entrambi i livelli, con una discreta dose di sarcasmo. Quando Alex scende nella sua tana, nello scantinato occupato, entra in un vero e proprio regno ulteriore e del resto, più sottosuolo di così… Un discorso a parte merita poi il sottobosco ibrido dei personaggi secondari: e cioè tutta la trafila di personaggi minori, musicisti falliti, genitori disfunzionali, mendicanti, barboni, che fa da corona agli eventi del libro. Anche qui è abbastanza evidente, credo, una certa volontà di spingere l’acceleratore sul grottesco.

Intanto: c’è una connessione fra queste due forme di sottosuolo? Sì e no. Il Gruppo Novalis sceglie dei luoghi isolati e periferici per il suo spettacolo essenzialmente per necessità di non farsi scoprire. Avrebbe potuto anche organizzare uno show in una villa da riccastri: un’idea che mi ha proposto mio padre. Confesso di averci pensato, ma mi è sembrato fuori luogo. Perché la scelta dei luoghi sembra avere anche un valore simbolico. Alex la riassume così:

“Non è tanto diverso dall’ultima volta, e non è solo questione di sicurezza. Ci deve essere anche una logica superiore. Questi sono posti dove la morte si è solidificata e ramificata. Scorre lungo capillari sotterranei, dorme china nelle boscaglie. Attende.”

È vero? Non lo è? Boh. Alex è un narratore decisamente soggettivo, e il suo tentativo di comprensione non deve per forza coincidere con la realtà delle cose. Una storia è bella anche perché non necessariamente il narratore ve la dice giusta. (Dice Neil Gaiman: “Non dovresti fidarti di chi racconta. Ma solo della storia.” Frase molto sottile che racchiude gran parte di quanto penso sulla scrittura).

Quanto alle vite dei vari personaggi, esse sono inevitabilmente influenzate dalla loro “perifericità” le solite storie: pulsione di fuga, odio verso il luogo natio, lo squallore urbano che diventa squallore esistenziale. Questo senza voler dire che la periferia è di per sé un luogo negativo o da cui necessariamente fuggire. Qui si potrebbe andare avanti per ore: sono pienamente convinto che la periferia sia un laboratorio di futuro e che al momento, con lo spegnimento continuo dei centri storici, sia anche l’unica fonte di possibilità creativa a livello urbano. Quando ero giovane, quasi tutti i buoni gruppi musicali e i buoni artisti che conoscevano venivano da fuori, dall’hinterland, dalle mie parti, o dalla cintura periferica di Milano. Chi stava in centro era troppo occupato a godersi la vita, o a pensare come diventare un artista, per diventarlo seriamente. Non aveva le stesse urgenze, la stessa inquietudine. Ma naturalmente, anche qui si fa in fretta a cadere nella banalizzazione opposta.