Piccolo aggiornamento stampa

scritto il 25 February 2009 da Giorgio Fontana

Qui una recensione su Puralanadivetro.com.

E qui una mia intervista per Delirio.net, a cura di Eliselle.

Bonus track #6. Il giovane Friedrich

scritto il 14 January 2009 da Giorgio Fontana

Perché Novalis? Perché Maschera Nera chiama il gruppo con il nome del poeta?
Ebbene, in un certo senso non lo so neanch’io. Nel costruire Maschera Nera ho voluto lasciare un margine di incertezza su gran parte del suo pensiero. Naturalmente questa non è una spiegazione sufficiente. Un elemento così importante — che dà addirittura il titolo al romanzo — necessita comunque di una giustificazione. Mettiamola dunque così: se leggete i Frammenti di Novalis (ma anche gli Inni alla notte) avrete come l’impressione che qualcosa non torni. Che ci sia sempre una sorta di pulsione contraria a quanto il poeta e pensatore vorrebbe edificare. (Il fatto proprio che il suo pensiero sia frammentario, è evidente, può aiutare questo tipo di interpretazioni). Storicamente, Novalis è il fondatore dell’idealismo magico e e una delle personalità più importanti del Romanticismo tedesco. Il suo cristianesimo spiritualista è una posizione originale all’epoca, e qualcosa che influenzerà gran parte della discussione successiva su diversi temi di pensiero. Ma si tratta anche di una figura che ha affascinato molti scrittori (penso innanzitutto a Borges).
Perché? Credo proprio per la sua natura irrisolta. In un certo senso, Novalis mi appariva come un nodo di contraddizioni: e furono queste contraddizioni a ispirarmi. Di certo non mi interessava l’aura “preromantica” da bassa lega che gli si può attribuire.
Sempre nel già citato Crolli, Belpoliti riporta l’opinione di Slavoj Žižek sul nostro: stando a lui, Novalis “aveva osservato con acume che un uomo malvagio non odia tanto il bene, quanto odia all’eccesso il male (il mondo che egli considera male), e quindi cerca di colpirlo e di distruggerlo per quanto è possibile” (p. 101). È del tutto plausibile che Maschera Nera si sia ispirato a idee come questa. Ma di nuovo, non voglio giocare a trovare spiegazioni per quello che deve rimanere parte dell’enigma.
Ci sono tracce, ci sono vie, ci sono parole, c’è tutto un universo di ipotesi plausibili. Ma è bene che restino tali. Un romanzo è solo un romanzo — niente di più.

aggiornamento stampa web #2

scritto il 19 December 2008 da Giorgio Fontana

Ecco le ultime nuove dal web attorno a Novalis.

Qui una recensione di Renzo Stefanel.
Qui la recensione di Abo sul suo blog Mondobalordo.
Sul numero 92 di ARPAMagazine trovate un pezzo di Carlotta Vissani sul vostro.
E infine, una lunga e oserei quasi dire definitiva intervista su Metallized.it a cura di Francesco Gallina.

Stay tuned e buone feste a tutti.

Aggiornamento stampa web

scritto il 19 November 2008 da Giorgio Fontana

Qualche nuova a livello di recensioni. Per la stampa cartacea, potete sempre fare riferimento qui. Ora invece vorrei segnalarvi alcuni pezzi usciti sulla rete:

Innanzitutto il pezzo di Alessandro Romeo su Rivistainutile.it (alla quale io dedicherei qualche minuto del vostro tempo, se fossi in voi).

Qui poche righe, ma significative, del buon Andrea Canobbio.

Qui un pezzo davvero bello di Susanna Raule, su Cut-Up Magazine.

Qui la recensione di Francesco Gallina per Metallized.it, che si concentra sugli aspetti musicali del libro.

Qui il pezzo, molto empatico, di Matteo Scandolin.

Qui la bacchettata di Irma Giacomelli per Hideout.it.

Qui la bacchettata di Christian Frascella sul suo blog.

Qui un breve pezzo su Dageisha.com.

Qui la segnalazione su Angelic.it.

E per finire, la gemma più brillante di tutte (non me ne vogliano gli altri): il pezzo di Gianluca Didino, di cui vi invito a leggere il blog. Che posso dire: è un saggio così esatto e potente da lasciarmi commosso. Tira fuori tutto quello che si poteva tirare fuori dal libro, e propone un’interpretazione originale che getta luce su molti aspetti anche reconditi di Novalis. E’ uno di quei momenti in cui uno scrittore si sente veramente ripagato di tutto il suo lavoro.

(Nota: se mi sono dimenticato di qualcuno o qualcosa, è colpa mia o di Google. Inoltrate/segnalate pure, nel caso).

Promemoria

scritto il 14 November 2008 da Giorgio Fontana

Lunedì 17 Novembre. Libreria FNAC di Milano (Via della Palla 2, lungo via Torino, MM Duomo). Presentazione in pompa magna di Novalis. Saranno presenti, oltre a me, lo scrittore Marco Missiroli e il giornalista Alessandro Beretta.

Vi aspetto.

Bonus track #5. Spettacolo, nomi depotenziati e arte estrema

scritto il 10 November 2008 da Giorgio Fontana

Di primo acchito, si può pensare a Novalis come a un romanzo sul plagio mentale, e al Gruppo come a una setta. Ma il Gruppo Novalis non è una setta religiosa, e i suoi partecipanti sono legati da un’adesione di tipo artistico, che però però ha una anche dimensione fortemente salvifica. Come è già stato detto nella bonus track precedente, il suicidio qui non è visto come offerta a una qualsiasi divinità, ma come atto estetico che risolve una questione morale.

Ora, non è da sottovalutare il fatto che lo spettacolo avvenga sul palco. Il palco è uno dei temi principali del libro: sul palco ottieni potere, tracci una linea, sei in grado di dominare molto più che virtualmente un intero gruppo di persone. Se vi è capitato di assistere a un concerto cui tenevate molto, capite bene cosa voglia dire. Per questa sensazione c’è un nome preciso ed è estasi: uno stato di sospensione della mente: l’orgasmica volontà di essere lì ed esserci interamente: il senso perfetto di liberazione da quotidianità e normale condotta. Si tratta certo di un’estasi molto materiale, dove il corpo non viene mortificato ma al contrario vissuto al massimo: ma sono convinto che la parola sia quella giusta.

Maschera Nera sfrutta la dimensione del palco da un lato astraendola al minimo il “palco” dello spettacolo è quanto di più semplice ci sia, una mera linea di separazione e dall’altro portandola a un livello di potenza estremo: il gioco, non si sa bene come, funziona e convince perfettamente. (Fra l’altro, una nota a margine. Maschera Nera è un “cattivo” del tutto irrealistico. Fin dal nome che gli dà Alex, viene come depotenziato: Maschera Nera è un epiteto da fumettaccio, da pulp becero. Non viene fatto alcuno sforzo per capire cosa ci sia sotto quella maschera o chi sia davvero quell’uomo e le uniche indicazioni al riguardo ci vengono dai suoi Fogli in un cassetto. Questa banalizzazione è voluta. L’idea era quella proprio di creare una figura vuota e di mantenerne intatto, per quanto possibile e nonostante alcune necessarie spiegazioni finali, il mistero).

Il tema del palco e il tema del suicidio artistico dovevano quindi portarmi a qualche lettura in più. Ciò nonostante, nelle mie ricerche sulle forme di arte estrema, ho dovuto impormi dei paletti. Non avevo tempo e risorse per un’analisi esaustiva, né peraltro questa era necessaria. Qui mi limiterò a un’unica citazione.

Nel suo bel libro Crolli (Einaudi 2005), parlando dell’11 settembre, Marco Belpoliti riporta due posizioni molto interessanti. La prima è di Stockhausen: “A suo dire, l’attentato al WTC è un’opera d’arte cosmica.” La seconda di Hirst, che “si congratula pubblicamente con gli autori dell’attentato per aver realizzato un’opera visiva che nessuno avrebbe mai potuto concepire dal punto di vista artistico.” (pp. 26 e 27; di Stockhausen parla Senaldi in Scrivere sul fronte occidentale; quanto a Hirst, cfr. Flash art di ottobre-novembre 2004).

Ora, questa è più o meno la posizione di Maschera Nera (o meglio, lui la condividerebbe): ma il suo operare è più sottile. In particolare, Maschera ripudierebbe questa spettacolarizzazione estrema dell’arte. Lui crede in un’arte per adepti, che si avvicini alle persone lentamente, a macchia d’olio, un processo lentissimo ma interminabile, senza queste bombe a impatto colossale (eppure infilandosi piano nella cronaca). Non vuole un’arte politica, che sia provocante e dal contenuto sociale — l’esatto opposto. La sua domina completamente l’etica, o meglio: la compenetra.

Presentazioni di novembre e aggiornamento stampa

scritto il 30 October 2008 da Giorgio Fontana

Il 13 novembre alle 21 sarò alla Biblioteca Comunale di Renate (MI), in via Dante 10, per una presentazione con Fulvio Panzeri e lo scrittore Claudio Calzana.

Il 17 novembre presentazione di Novalis alla FNAC di Milano (via Torino 45) con Alessandro Beretta e Marco Missiroli. Si inizia alle 18.

Il 21 novembre alle 21 sarò invece alla Libreria Colombre di Erba (CO), in via Plinio 27.

Quanto alla rassegna stampa aggiornata del primo mese, è tutta scaricabile qui.

Bonus track #4. Suicidio

scritto il 21 October 2008 da Giorgio Fontana

Innanzitutto un chiarimento. Novalis non è un romanzo che parla del suicidio in senso stretto. Il suicidio individuale nasce in genere da una forma depressiva: e in questo romanzo la depressione non è mai sfiorata. L’autodistruzione del Gruppo Novalis è indotta e di carattere puramente artistico: non per niente, infatti, è ridotta a un gioco. Altra cosa, naturalmente, è lo spirito autodistruttivo che attraversa tutto il libro: c’è senz’altro una pulsione continua verso la lesione, il baratro, l’abisso. Ma questa, appunto, è soltanto un’atmosfera generale. Il senso del suicidio nel romanzo giace altrove.

Andiamo con ordine. Durante la revisione di Novalis ho studiato o ristudiato un po’ di materiale su questo tema — Schopenhauer, Durkheim, Camus, Cioran, alcuni scritti di Artaud. Tutto questo, per la verità, è servito solo a una cosa: a placare la mia ansia da ricerca. In Novalis il suicidio è trattato in chiave quasi grottesca, indotto e svuotato di ogni significato autenticamente personale. O meglio — inteso come forma d’arte estrema prima che come gesto liberatorio. (In effetti, il principio del Gruppo è quello che il pubblico osserva il suicidio altrui: i suicidi in sé sono semplicemente artisti di livello superiore, performer estremi).

Il solo pensatore nel quale ho ritrovato qualcosa che mi servisse davvero come guida per qualche riga del libro, è Antonin Artaud. Il suo suicidio è un’affermazione di sé, un modo per riconquistarsi e ricostruirsi, per ricongiungersi con la debolezza umana e il desiderio di nulla: “per precedere l’incerta avanzata di Dio”, scrive nel saggetto Sul suicidio (p. 11). Bello, vero? Bello ed eticamente ripugnante. Artaud ci comunica un’idea che forse Maschera Nera approverebbe: la vita, in sé, non è una soluzione. Il problema è posto qui, ma i strumenti per scioglierlo sono altrove. Devono esserlo. La religione li identifica in genere in un regno ultraterreno. Maschera Nera li identifica nella sua arte estrema, e dunque nella morte: la sua arte porta alla fine di ogni cosa, la spettacolarizza, e dunque esce fuori dal cerchio della vita. Risolve il problema. Nelle battute finali del libro cita la celebre frase di Dostoevskij (che nell’Idiota Ippolit attribuisce al principe Myškin), per cui la bellezza salverà il mondo. Il succo del suo teatro sta in questa argomentazione deviata. Maschera Nera è convinto che il suo progetto sia una forma di salvezza, di liberazione ma non in senso esistenziale, bensì innanzitutto estetico. Il suicidio è affidato al caso (la roulette russa) e dunque ha qualcosa del gioco: è pubblico (anche se per un pubblico privilegiato), ed è una forma di teatro: e infine ha una valenza liberatoria, sia per chi accetta di sottoporsi alla pratica, sia per il pubblico stesso. Una follia discretamente congegnata.

Astraendolo da ogni situazione concreta (nella quale è soltanto e brutalmente il vertice della disperazione), il suicidio è una forza dirompente. È una negazione recisa e volontaria della natura, del tutto. A questo punto, Maschera Nera può aver ragionato così: perché non imparare a usare questa forza, a dirigerla? Se il suicidio ha un valore tanto chiaro e sconvolgente, perché non renderlo una forma d’arte? L’espressione è sempre assetata di mezzi nitidi, in grado di colpire nel modo più diretto possibile. E il pensiero si è sempre fatta un’idea unilaterale del suicidio. Gli stoici: una via d’uscita. I cristiani: un peccato radicale. Philipp Mainländer, citato da Borges: una tensione metafisica. Maschera Nera deve aver ragionato così, basandosi su questa forza dirompente. (O almeno credo. Francamente, non ho voglia di andare fino in fondo nella sua zucca immaginaria).

Per tutto questo amo dire magari esagerando che Novalis è un romanzo su una forma di male e una forma di salvezza. Perché a volte, nelle infinite perversioni umane, queste due cose non sono poi così lontane.

Non dovrei, ma farò anche un ultimo appunto sociologico. In un recente libro di Baudelot ed Establet, Suicide. L’envers de notre monde, Seuil 2006, viene chiarito che il tasso suicidario è, negli ultimi due secoli, molto più alto fra i giovani con forme d’occupazione precaria, competitività e assenza di prospettive. Questo sembra davvero banale: e lo è. Ma se in Valtellina, zona spesso definita come “di grande benessere”, i giovani si ammazzano, qualcosa vorrà pur dire. Da dove vengo io, un paese di 11000 abitanti, non è esistito un pub fino al mio diciottesimo anno. Cosa facevo? Cosa facevano i ragazzi? Be’: si ammucchiavano in bande, si drogavano, bevevano, si sfogavano con la violenza e di conseguenza la subivano. Mentre all’apparenza il paese rimaneva quello di un tempo, e funzionava. E la generazione precedente chiudeva gli occhi.

Questo soltanto per dire che la forma di benessere stabilita dalla corrente post-guerra, dal sistema industriale presenza di lavoro e capitale, ricchezza economica, viabilità, forza delle infrastrutture è per molti versi del tutto irrealistica. Mi rendo conto che rispondeva a un bisogno molto forte in quel dato momento storico, ma l’illusione che sia la risposta definitiva a ogni forma di dolore è semplicemente folle. Il dolore, esattamente come l’amore, è un compagno inseparabile della vita umana. Sarà sempre in grado di scavarsi nuove nicchie, nuove forme di apparire. Non è con la sazietà che verrà placato. Forse, soltanto con una maggiore consapevolezza. Ma questa è un’altra storia.

Bonus track #3. Sottosuolo e sottomondo. O anche: i luoghi mentali e fisici del romanzo

scritto il 12 October 2008 da Giorgio Fontana

Decostruire la cultura occidentale: trovarne l’altro lato: spiare il buio mentre tutto intorno è luce. Con Hugo e Balzac, la contemporaneità scopre il ventre cittadino. L’uomo si inabissa nella città per riemergere con nuove armi poetiche. E con Dostoevskij, l’abisso diventa mentale nel senso più pregnante del termine. Quello che rende grandiose le Memorie dal sottosuolo non è ciò che viene raccontato dal narratore, ma il metodo della sua analisi. La riflessione qui è puro tormento, quasi fisico: la razionalità vive sul bilico dell’anarchia interiore. E il principio dell’autodistruzione trova una forma artistica perfetta.

Quanto ho cercato di stipare in Novalis è insieme una forma di sottosuolo fisico e di sottosuolo psichico. Il primo è evidenziato dalla scelta dei paesaggi. Praticamente tutto il romanzo si svolge in periferie iper-industrializzate e paralizzanti. Non è un caso, fra l’altro, che non vi sia mai un riferimento concreto al dove geografico. Non un nome. Alcuni elementi fanno supporre che il libro spazi lungo il nord Italia, e sia per lo più ambientato a Milano. Ma la città potrebbe essere anche Roma. E perché non Berlino? O Chicago?

La verità è che la storia di Novalis cresce sopra una forma astratta di periferia. Pur riconoscendo che non tutte le periferie sono uguali (alla faccia della banalizzazione da non-lieu), ho cercato di strapparne alcuni topoi e ricostruirli a piacimento.

Per evitare di cadere nel vuoto, però, l’astrazione è stata creata a partire da elementi molto concreti, da una lunga serie di appunti preliminari e post-stesura viaggi su e giù per la tangenziale, giornate passate a cuocere nei parcheggi, tutta la trafila del caso. (Non ho dovuto sforzarmi molto: questi sono luoghi che mi affascinano da una vita, e il posto dove sono cresciuto ne offre di molto carini. Ho fatto ricognizioni in auto, in momenti diversi dell’anno, per assicurarmi un parco impressioni abbastanza vasto e comunque il più preciso possibile. Frugavo fra gli ammassi di macerie, fra le stazioni in disuso, le fabbriche deserte. Facevo fotografie. Notte e giorno. Sotto il sole a picco e le gradazioni di grigio e giallo e il metallo che scottava e riluceva. Nelle sere nuvolose e vuote, dopo che le auto erano sciamate via, ma le ciminiere fumavano ancora. Ripetevo a memoria per l’ennesima volta una grammatica che conosco da sempre, per poi smembrarla e rimetterla insieme sulla carta. Spero sia riuscito a trasmettere, sotto tutto lo squallore, una specie di storta bellezza, di lirica oltreurbana).

Quanto al sottosuolo psichico, o sociale, sembra evidente che non c’è un solo personaggio dominante del romanzo che si possa definire “normale”. Ma cos’è la normalità? Esatto. In realtà, le condizioni-base di alcuni personaggi sono più “normali” di quanto ci si possa aspettare da un’idea preconcetta. È l’intervento del Gruppo a mandare in frantumi il loro equilibrio già di per sé piuttosto fragile. Una persona che invece sembra resistere a questo influsso, forse proprio perché ha costruito l’equilibrio più fragile e anomalo di tutti, è Clebo, l’eremita antisociale per eccellenza.

In Clebo si fondono entrambi i livelli, con una discreta dose di sarcasmo. Quando Alex scende nella sua tana, nello scantinato occupato, entra in un vero e proprio regno ulteriore e del resto, più sottosuolo di così… Un discorso a parte merita poi il sottobosco ibrido dei personaggi secondari: e cioè tutta la trafila di personaggi minori, musicisti falliti, genitori disfunzionali, mendicanti, barboni, che fa da corona agli eventi del libro. Anche qui è abbastanza evidente, credo, una certa volontà di spingere l’acceleratore sul grottesco.

Intanto: c’è una connessione fra queste due forme di sottosuolo? Sì e no. Il Gruppo Novalis sceglie dei luoghi isolati e periferici per il suo spettacolo essenzialmente per necessità di non farsi scoprire. Avrebbe potuto anche organizzare uno show in una villa da riccastri: un’idea che mi ha proposto mio padre. Confesso di averci pensato, ma mi è sembrato fuori luogo. Perché la scelta dei luoghi sembra avere anche un valore simbolico. Alex la riassume così:

“Non è tanto diverso dall’ultima volta, e non è solo questione di sicurezza. Ci deve essere anche una logica superiore. Questi sono posti dove la morte si è solidificata e ramificata. Scorre lungo capillari sotterranei, dorme china nelle boscaglie. Attende.”

È vero? Non lo è? Boh. Alex è un narratore decisamente soggettivo, e il suo tentativo di comprensione non deve per forza coincidere con la realtà delle cose. Una storia è bella anche perché non necessariamente il narratore ve la dice giusta. (Dice Neil Gaiman: “Non dovresti fidarti di chi racconta. Ma solo della storia.” Frase molto sottile che racchiude gran parte di quanto penso sulla scrittura).

Quanto alle vite dei vari personaggi, esse sono inevitabilmente influenzate dalla loro “perifericità” le solite storie: pulsione di fuga, odio verso il luogo natio, lo squallore urbano che diventa squallore esistenziale. Questo senza voler dire che la periferia è di per sé un luogo negativo o da cui necessariamente fuggire. Qui si potrebbe andare avanti per ore: sono pienamente convinto che la periferia sia un laboratorio di futuro e che al momento, con lo spegnimento continuo dei centri storici, sia anche l’unica fonte di possibilità creativa a livello urbano. Quando ero giovane, quasi tutti i buoni gruppi musicali e i buoni artisti che conoscevano venivano da fuori, dall’hinterland, dalle mie parti, o dalla cintura periferica di Milano. Chi stava in centro era troppo occupato a godersi la vita, o a pensare come diventare un artista, per diventarlo seriamente. Non aveva le stesse urgenze, la stessa inquietudine. Ma naturalmente, anche qui si fa in fretta a cadere nella banalizzazione opposta.

I sabati di ottobre

scritto il 9 October 2008 da Giorgio Fontana

Sabato 11 alle ore 18 sarò ospite del Premio Chiara, a Varese, per parlare di booktrailer (e incidentalmente di Novalis, ovvio). (Fra l’altro, spero che il premio lo vinca il mio amico Paolo Cognetti, così mi offre una cena come da patti).

Sabato 18 alle ore 17, presentazione del romanzo alla Libreria Lilliput di Bologna.

Sabato 25 io, Mattia Signorini e Maurizio Temporin, coordinati da Fulvio Panzeri, saremo a Bastia Umbra alle ore 17. A testare il polso della nuova narrativa italiana, presumo.

Se siete da qualcuna di queste parti, siateci. Vi aspetto.